Lunedì, 06 Maggio 2019 18:07

La prevenzione degli infortuni oggi

Scritto da Eugenio Pacelli

Sono nato nel 1943 e dal 1972 mi occupo di sicurezza del lavoro, sino al 2002 come dirigente pubblico di un ente ispettivo, poi come Amministratore unico della Eco-Consult, società che opera per conto terzi in materia di prevenzione infortuni, igiene industriale e ambiente.

Nonostante che la vigente normativa, nota come TU in materia di sicurezza del lavoro, il D.Lgs. 81 del 9/apr/08 e ss.mm.ii., sia ad oggi estremamente attuale e valida nel suo impianto giuridico, si continua ancora a morire e ad ammalarsi di malattie professionali; anzi, in questi ultimi due anni, stiamo assistendo ad un incremento di morti bianche e malattie da lavoro.

Perché? Cosa sta succedendo? È solo un fenomeno italiano? O riguarda anche l’Europa?

Non è solo un fenomeno nazionale, visto che anche nella UE le morti bianche sono in aumento. Non conosco le cause che determinano questo evento in Europa, ma ritengo di conoscere quale siano le motivazioni italiane.

Per affrontare questo problema nella sua globalità e comprendere meglio il presente, dobbiamo avere una visione chiara del passato. Negli anni ’70, quando ho iniziato la mia attività di esperto chimico all’ENPI, le morti bianche erano più numerose. Vi era un’unica normativa di riferimento, già allora datata, il cosiddetto libretto rosso o DPR 547/55 che, insieme al DPR 303/56, era per quei tempi, nonostante tutto, avanzata: le indicazioni tecniche che si evidenziavano nel suo impianto giuridico erano precise, ma la maggior parte delle aziende non le rispettava, se non in parte, né le conosceva a sufficienza.

La tecnologia di prevenzione era in quegli anni insufficiente, le lotte sindacali per la salute erano dure, macchiate dal sangue di molti operai che morivano o si ammalavano gravemente per cause di lavoro. Personalmente, mentre operavo a Mestre, ho visto morire i lavoratori della Montedison di sarcoma epatico, a causa del cloruro di vinile monomero il cui limite di esposizione era, a quei tempi, troppo alto (100 ppm); solo dopo lunghe battaglie sindacali, tecniche e scientifiche fu ridotto a 3 ppm e, nel contempo, ne fu riconosciuta la cancerogenicità.

A morire furono in tanti, volti sconosciuti di chi ha dato la vita per lavorare, così come, negli anni successivi, proseguirono le morti da amianto, che oggi ancora continuano in una serie infinita, Eternit, Italsider oggi ILVA di Taranto, mille altre aziende.

Sebbene l’amianto sia fuori legge ormai da anni, continua ad essere presente in tante aziende, in tante discariche, in tanti paesi del mondo (pensate alle Torri gemelle, a quel nitore biancastro che coprì la città di New York dopo l’esplosione). L’amianto è un killer lento che uccide anche dopo 20, 30 anni dall’ultima esposizione.

Le cause italiane di queste morti sono da ricercare nell’infinita crisi economica, che ha impoverito le aziende, che da tempo non investono più sufficientemente in sicurezza del lavoro e/o in formazione; sono da ricercare nei bandi di gara in occasione dei quali assistiamo a ribassi del 50% e in cui i costi della sicurezza sono ridotti al minimo, puntando solo all’uso dei DPI, trascurando le prevenzione primaria e le principali tematiche dell’igiene industriale.

Un tempo la pratica delle indagini ambientali nelle grandi aziende a rischio chimico era di routine, oggi sono una rarità perché costano troppo, se eseguite nel rispetto delle normative tecniche; così si trascurano le indagini fonometriche, sulle vibrazioni, sulle ROA, sulla qualità dell’aria, sulla movimentazione dei carichi, comportando il fatto che le malattie professionali siano in costante aumento in vari settori.

Ma la responsabilità di questa situazione non può essere affidata solo alle carenze aziendali; altrettanto insufficienti sono i controlli ispettivi in materia di sicurezza del lavoro, perché il numero degli ispettori delle ASL è chiaramente inadeguato rispetto alla grandezza dei territori da controllare e del numero di aziende a rischio presenti in essi.

Vi è, inoltre, da osservare che non è solo l’incremento del numero delle morti bianche che ogni anno dobbiamo segnalare in un contesto lavorativo sempre più degradato e fuori controllo, ma si devono citare anche le morti nei luoghi di vita, nelle case, sempre più popolate di anziani e bambini, dove si muore di più che negli ambienti di lavoro per cause più disparate, quali fulminazione per impianti elettrici non a norma, avvelenamento o ustioni per uso senza alcuna accortezza di sostanze pericolose, impianti termici non a norma, fughe di gas con relative esplosioni, ecc.

A queste morti dobbiamo aggiungere ancora le morti nelle nostre strade per carenza di investimenti in infrastrutture, che determinano la presenza di strade sempre più pericolose e infestate da incidenti continui.

Ogni anno, a causa di queste morti, è come se scomparissero interi paesi, tra lutti e dolori inenarrabili.

Quante altri morti sul lavoro dovremo piangere, quanti anni ancora dovremo pagare per questa crisi economica che avvelena la nostra vita di tutti i giorni o per la mancanza di sufficienti controlli ispettivi?

Nonostante l’evidente progresso tecnologico nell’ambito della prevenzione infortuni, la crisi economica, la presenza nell’ambiente di sostanze pericolose e cancerogene (amianto, benzene, ecc.), la carenza di controlli ispettivi, ogni anno assistiamo a troppe morti sul lavoro e all’indubbio incremento delle malattie professionali, come quello della movimentazione dei carichi o dei movimenti ripetuti.

Letto 62 volte Ultima modifica il Lunedì, 06 Maggio 2019 18:09

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